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Villa Forni Cerato: storia di un restauro in corso


Nel 1996, ventiquattro ville progettate da Andrea Palladio entrarono a far parte del sito seriale UNESCO “La città di Vicenza e le Ville del Palladio nel Veneto” e furono così riconosciute come patrimonio dell’umanità in virtù delle loro indiscutibili peculiarità storiche, artistiche e paesaggistiche.


Questo insieme di luoghi estremamente eterogenei costituisce infatti una straordinaria testimonianza del modo in cui la cultura rinascimentale veneta seppe plasmare il territorio secondo la triade vitruviana - firmitas (solidità), utilitas (produttività) e venustas (bellezza) - sapientemente ripresa nella dimensione formale e funzionale in tutte le realizzazioni palladiane.

Forse meno nota rispetto a molte di quelle inserite nella lista, Villa Forni Cerato a Montecchio Precalcino si presenta come un’araba fenice che, dopo le sfortunate vicende del secolo scorso, sta ponendo le basi di un nuovo Rinascimento grazie al lungimirante restauro conservativo attualmente in corso.

La villa nella prima metà del Novecento


La storia della villa si lega al mercante di legname Girolamo Forni che, collaborando con Palladio in molti suoi cantieri, gliene affidò la costruzione attorno al 1565: un'attribuzione dibattuta sin dal Settecento e confermata da nuovi studi.


Proponendo un linguaggio architettonico più semplice rispetto a quello sperimentato in altri contesti, il progetto rispecchiava lo status e la personalità del committente che, ricchissimo esponente della borghesia vicentina, era peraltro un raffinato umanista, pittore, collezionista antiquario nonchè membro della prestigiosa Accademia Olimpica.


La facciata principale condensa l’essenza classicistica mediante la caratteristica serliana, lo scalone, il timpano triangolare e il fregio, ornato da bassorilievi scolpiti dal celebre Alessandro Vittoria, molto amico del padrone di casa. Minati dall’abbandono si presentano invece gli edifici laterali, un tempo adibiti a barchessa, colombara e spazi di servizio.


La villa oggi (© Villa Forni Cerato)


L’armonia dell’architettura si rifletteva nella composizione degli esterni dove i documenti d’archivio ricordano la presenza di un utilitaristico horto e di un brolo ornamentale con alberi da frutta che si spingeva sino al canale navigabile, non più esistente, usato da Forni per trasportare il legname nei depositi situati sul retro della villa.

Trasformatosi in un campestre giardino di delizie, il paesaggio circostante fu fonte di ispirazione per gli affreschi della loggia dove vedute arcadiche e immagini di mulini e canali - così come i due bassorilievi di divinità fluviali rimasti nel fregio - celebrano l’elemento acquatico riconducendolo ai traffici commerciali da cui dipendeva la ricchezza del committente.


Gli affreschi della loggia (© Villa Forni Cerato)


Dopo lunghi decenni di vicende poco propizie per la sua conservazione, la villa fu acquistata nel 2017 dall’attuale proprietario che, con il supporto del mondo accademico e delle principali istituzioni del territorio, ha avviato ricerche e meticolose campagne di indagini nell'ottica di restituirla alla comunità.

Grazie a scelte insolite come quella di non prevedere illuminazione elettrica, la filosofia sottesa agli interventi in corso - resi accessibili grazie alla formula del “cantiere aperto” - mira a trasformare l’edificio in un museo di sè stesso dove il visitatore, come in una capsula del tempo, potrà recepire in maniera totalizzante la lezione palladiana che, anche nelle sale interne, ricondusse ogni sfarzo a un’armoniosa semplicità.


Particolari degli interni (© Villa Forni Cerato)


Radicata in un mecenatistico progetto di valorizzazione culturale, tale visione si è estesa anche al paesaggio circostante che - strutturalmente, funzionalmente e figurativamente inseparabile dalle ville palladiane - è stato posto al centro di una profonda riflessione sulla necessità di inquadrare i lavori in una dimensione paesaggistica che, per esempio nell’idea di ripristinare gli antichi frutteti, permetterebbe di fondare un nuovo modello di civiltà, recuperando valori storici e territoriali dati spesso per scontati.


Creare paradigmi alternativi di sviluppo sostenibile significa d’altronde dare effettiva concretezza a ciò che il titolo di “patrimonio dell’umanità” dovrebbe garantire sempre e dovunque.




( © DANIELE ANGELOTTI )

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