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Il Giardino di Valsanzibio: inno all’immortalità

Aggiornato il: 31 mag 2020


In tempi di quarantena si riscopre il bisogno di stare all’aria aperta e ci si rende conto di quel potere vivifico della natura dato spesso per scontato. Ne era certamente consapevole il nobile veneziano Francesco Zuane Barbarigo quando, a metà Seicento, sfuggì alla peste ritirandosi tra le campagne incontaminate dei Colli Euganei, in una tenuta di caccia dove fece voto di erigere un grande giardino qualora la sua famiglia si fosse salvata. Scampato il pericolo, la promessa fu mantenuta e il risultato fu straordinario.

Vincitore nel 2003 del concorso “Il Parco più Bello” e successivamente insignito del riconoscimento “Il più Bel Giardino d'Europa”, il Giardino di Valsanzibio custodisce pressochè intatto l’apparato ornamentale originario, concepito con accortezza e gran sapienza.


L'imbarcadero con il Portale di Diana

Oggi non vi si arriva più dalla Serenissima percorrendo in barca canali navigabili, ma il Portale di Diana,dea della caccia, continua a dare il benvenuto agli ospiti ricordando l’antica vocazione del luogo mentre il Viale dell’Iride li introduce alle delizie del giardino con peschiere e fontane che le bonifiche del secolo scorso, prosciugando la campagna circostante, rischiarono di lasciare in secca.


Perpendicolare a questa scenografica prospettiva, il Gran Viale conduce alla villa proseguendo idealmente sulla collina retrostante con un lungo cannocchiale di cipressi che rievoca teatralità barocche. La maglia ortogonale dei percorsi ritaglia simboliche stanze a cielo aperto come il Labirinto di verzura, tra i più antichi d’Europa. Alte siepi di bosso mettono a dura prova la capacità di orientamento mentre la torretta centrale invita ad alzare lo sguardo al cielo per raggiungere la meta da cui si può ammirare il geometrico alternarsi di pieni e vuoti che custodisce parole e vicende di epoche passate e presenti.


Dedicato al trionfo della vita sulla morte, il Giardino di Valsanzibio è un inno all’immortalità e l’Isola dei conigli, forse allusiva a quella di Citera descritta nell’Hypnerotomachia Poliphili, ben rappresenta con i suoi abitanti un augurio di fertilità e rigenerazione. Tornando sul Gran Viale, fontane e giochi d’acqua risaltano sul verde brillante delle spalliere di bosso: la potatura dei circa 60.000 mq di siepi qui presenti costituisce una grande sfida per gli attuali proprietari, i conti Pizzoni Ardemani, ma l’attenta e costante manutenzione ha permesso di conservare sino ad oggi in perfetto stato questa straordinaria architettura vivente. Insieme all’acqua, simbolo di vita e di rinascita, un pensieroso colosso inginocchiato suggerisce che il tempo ha fermato qui il suo volo. Sulle sue spalle, un pesante dodecaedro sembra scandire le ore del giorno come una meridiana.


Raggiunta la villa, altre fontane e statue con motti allegorici svelano finalmente il senso profondo della vita mentre un sonetto, scolpito sulla scalinata di accesso, racchiuderà per sempre l’essenza del giardino. Termina così:

Qui non ha loco il pianto, ha sede il Riso

Della Corte il fulmine qui non s’ode

Ivi è l’Inferno e quivi il Paradiso



( © DANIELE ANGELOTTI )

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